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Indagini archeologiche sulla collina di Castello nel Comune di Mendrisio, Quartiere di Tremona (1988-2011)

Le campagne di scavo dal 2000 al 2007 - Il terrazzo inferiore

Dal 2000 le ricerche archeologiche sono entrate nel vivo e hanno come obiettivo primario l'indagine stratigrafica dei due terrazzi su cui sorgeva l'abitato basso-medievale. Dal 2000 al 2007 è stata indagata un'area di ca. 1500 mq., corrispondente al terrazzo inferiore, e sono stati riportati alla luce i resti ben conservati di ventisette edifici (E1-E27). Prima di illustrare sommariamente i singoli edifici illustriamo in questa sede l'andamento generalizzato delle stratigrafie riscontrate e riassumiamo le principali tipologie e lo sviluppo generale degli edifici. Nella numerazione degli edifici il primo numero dopo la vocale maiuscola E designa l'edificio (p. es. E2), mentre la lettera maiuscola a seguire identifica un determinato locale nell'edificio, di solito l'esito di una suddivisione posteriore dell'impianto originale (p. es. E2A, E2B, E2C). In rari casi di modifiche degli ambienti ancora successive si è presentata la necessità di una suddivisione ulteriore, raggiunta con un ulteriore numero finale (p.es. E2B1 e E2B2). Dette designazioni non sono necessariamente cronologiche e/o legate ad altre interpretazioni, p. es. nell'ordine A, B, C, ecc., ma esse rivestono un puro valore funzionale nell'enumerazione.

La stratigrafia

In quasi tutti gli edifici indagati sono state rilevate le medesime sequenze stratigrafiche (img 23). Inizialmente tutta la superficie era caratterizzata da uno strato di pietre di dolomia locale, ciottoli medio-grandi di porfido di origine alluvio-glaciale, schegge di calcare di Meride, terra frammista a grumi di malta di calce, fortemente infiltrato dalle radici degli alberi e del sottobosco. Questo materiale era il risultato del collasso di edifici di cui si potevano percepire i contorni osservando attentamente i piccoli avvallamenti della superficie del terreno. Sotto questo primo strato è stato individuato in quasi tutti gli edifici e/o locali (esclusi: E2B, E4 e E5D), uno strato omogeneo di lastre e frammenti di lastre di calcare di Meride, esito dal collasso delle coperture. I resti della copertura ricoprivano quasi omogeneamente uno strato di terra nera mischiata a carbone, resti carbonizzati di travi, travetti, assicelle e rami, resti evidenti dell'incendio dell'orditura del tetto e della combustione di suppellettili in varie essenze (castagno, ciliegio). Al di sotto si situa l'ultimo piano d'uso costituito per lo più di terra battuta, intercalata da rare lastre di calcare e ricco di frustoli di carboni (p. es.: E1A, E1B, E2C, E6), provenienti da focolari addossati alle pareti, delimitati da lastre di calcare e gneiss infisse a coltello nel pavimento. Talvolta sotto i piani in terra battuta più recenti sono stati individuati altri piani d'uso che le analisi al C14 fanno risalire al IX-X-XI secolo d.C. In tutti gli edifici (da verificare se ancora valido) gli strati più profondi, seppur inquinati parzialmente dalle fasi più tarde romane e medievali, hanno restituito piani d'uso (img 24) con grandi quantitativi di cocci di recipienti e frammenti di fibule di bronzo, che confermano la presenza di genti della cultura di Golasecca, già ampiamente segnalata dalla raccolta di superficie e dalle trincee 1991-1993. Mancano però ancora tracce evidenti di strutture abitative anche se sono state individuate diverse buche di palo (img 25). In taluni edifici gli ultimi piani d'uso a diretto contatto con la roccia (img 26) con relativi strumenti litici e fittili sono datati al IV-V millennio a.C.

La tipologia degli edifici del terrazzo inferiore

Gli edifici del terrazzo inferiore (img 27) sono del tipo a schiera. Sono disposti su quattro file orientate E-O, separate le une dalle le altre (da N a S) e da uno stretto vicolo parzialmente pedonale e da due vie carrabili (almeno in buona parte la seconda), risp. ad ovest si trova una fila disposta N-S separata dalle file precedenti da una via anch'essa carrabile. Le aperture degli edifici, non sorprende, danno su queste vie e qualora vi fosse la scelta in genere sulla via più larga a disposizione. Gli edifici sono perlopiù di forma rettangolare, con ambienti interni con una superficie utile che varia dai 9 ai 22 mq (ma anche superiori, p.es. punte attorno ai 30 mq, per E11 e E12). Le dimensioni totali degli edifici sono talora anche importanti come nel caso di E6 e E23, tra i più grandi edifici adibiti ad abitazione scavati finora (ca. 41, risp. ca. 48 mq). I muri, costituiti da pietre di dolomia rozzamente sbozzate e disposte senza un ordine preciso a causa della loro forma irregolare, sono a secco oppure legati con malta di calce, terra e/o argilla. In alcuni casi (cfr. p. es. E2A, E2D, E13, E14) le porte furono murate con pietre a secco o legate con argilla o terra. Solo in pochi casi gli elementi angolari sono costituiti da pietre di calcare ben squadrate. Esistono grosse differenze nell'esecuzione dei muri, dovute, oltre che alla difficoltà di lavorare la dolomia locale, anche alla presenza o meno di muratori qualificati. In alcuni punti delle facciate si sono rilevate abbondanti tracce di malta, conservatasi nelle zone sotterrate dai detriti e di conseguenza protette dagli agenti erosivi. Non si tratta di un vero e proprio intonaco, ma piuttosto di un rinzaffo steso con cazzuola (di cui si sono trovati due esemplari), come si evince dalle chiare tracce lasciate dallo strumento a coprire almeno parzialmente la muratura in corrispondenza dei giunti, il cui spessore arriva anche a 5-10 cm. Più che di una funzione estetica, il rinzaffo doveva avere lo scopo di protezione dagli agenti atmosferici che avrebbero potuto penetrare all'interno degli edifici, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita degli occupanti. Lo stato di conservazione dei muri perimetrali non ci permette di ipotizzare l'eventuale presenza di piani superiori. L'unica eccezione è costituita dall'edificio precedente l'attuale E5,di cui rimangono il muro perimetrale N ed una piccola porzione del muro S. Nell'anima del muro N sono ancora presenti i resti di due canali di scarico verticali (img 28) che provano senza dubbio la presenza di un ambiente superiore. Tre gli accessi (img 29) ben conservati, quelli degli E1A, E1B, e in particolare quello dell'E2B, che è rimasto praticamente intatto e perfettamente leggibile nella parte inferiore. La soglia era a due gradoni discendenti verso l'interno ed era dotata di una porta a due ante che si aprivano verso l'interno, come desumibile dalla presenza delle due pietre per l'alloggio del cardine sistemate sul gradino inferiore. Si notano le due leggere conche lasciate dallo scorrimento del cardine, sopra le quali erano stati inseriti due dischetti di pietra calcare a mo' di spessore quando quest'ultimo si era consumato portando allo sbilanciamento delle ante. Lo stesso accorgimento è stato notato ancora in posizione negli accessi all' E1A e E1B.

L'evoluzione degli edifici del terrazzo inferiore

Gli edifici del terrazzo inferiore si contraddistinguono per numerose fasi di utilizzo e di riutilizzo, spesso andate a toccare l'originale assetto degli ambienti, la funzione degli stessi e, in ultima analisi, il carattere di questa parte di insediamento. A titolo di esempio risulta particolarmente interessante lo sviluppo dell'edificio E2. Originariamente gli accessi erano ubicati nella facciata S. In seguito l'ambiente occidentale E2B fu diviso in due ulteriori ambienti a pianta quadrata con la costruzione di un muro divisorio E-O e con l'apertura di un nuovo accesso nella parete occidentale (E2B2). Dopo un periodo di abbandono i tre accessi furono murati e nella facciata N ne furono aperti due nuovi. Il primo portava all'ambiente rettangolare orientale non più protetto da una copertura, l'altro portava ad un ambiente a pianta quadrata di piccole dimensioni situato nella parte settentrionale dell'edificio. A sua volta la parte meridionale dell'edificio fu divisa in due piccoli ambienti con un muro a secco N-S che tagliava in due la soglia originale. L'accesso a questi due ambienti poteva avvenire attraverso due strette fessure di ca. 30 cm rimaste aperte fra le due facciate del muro e gli stipiti della porta. Questo ambiente era forse adibito a recinto per piccoli animali.

La funzione degli edifici del terrazzo inferiore

La funzione abitativa di alcuni spazi (p. es. E1A, E1B, E6) è confermata, oltre che dai focolari, anche dai reperti metallici e di uso quotidiano: chiavi, coltelli, frammenti di serrature di cassapanche, acciarini, frammenti di immanicature di recipienti in pietra ollare, fusaiole. Alcuni ambienti erano invece destinati allo stoccaggio di derrate alimentari (E5A, E5B, E5C), come confermano gli ingenti quantitativi di cereali, leguminose e frutti carbonizzati, rinvenuti sui piani di calpestio. Nella parte N dell'E5B sono stati rinvenuti frammenti di corno di cervo, un agoraio in osso, decorato esternamente con motivi triangolari incisi ed un dischetto in osso semilavorato, che farebbero pensare ad un'area per piccoli lavori artigianali, ipotesi suffragata dall'identificazione di una pietra di paragone. Durante lo scavo dell'E8B è stata messa in luce una piccola struttura semicircolare (img 30) in pietre legate con malta di calce sistemata nell'angolo N-O del locale. La posizione, la forma e l'accumulo di carbone sul pavimento farebbero pensare alla presenza di un forno per la preparazione di cibi. Sono state anche ritrovate le tracce anche di attività altamente specializzate, come ad esempio in E14, dapprima una delle antiche vie di accesso al borgo, dove si è sistemato in un secondo tempo un fabbro.

Cronologia degli edifici basso medievali del terrazzo inferiore

La cronologia relativa è desumibile dalla lettura dei muri perimetrali dei vari edifici, eloquente laddove edifici e ambienti posteriori si addossano a muri preesistenti. La cronologia assoluta è basata sui ritrovamenti monetali e sulle datazioni al radiocarbonio.

Le strade dell’insediamento

Le date proposte per gli edifici sono coerenti con i ritrovamenti monetali della strada S, S bis, dal vicolo fra le due file di edifici, dalla strada O e dalla Strecia. La strada S, in base ai reperti monetali, può essere definita in uso fin dal XII secolo, in accordo con i rinvenimenti di materiali e dell’evoluzione degli edifici vicini. Dal vicolo proviene la Mo33, denaro scodellato per Ottone II o III di Sassonia, 973-1002. Dalla strada O provengono dal livello di crollo un Mezzo Denaro di Bergamo Comune (Mo67, XIII-XIV secolo), dall’ultimo piano d’uso.le monete Mo51, Denaro Terzolo scodellato per Enrico III-VI, (dal 1167), Mo66, moneta di bronzo illeggibile. Il piano d’uso più basso ha fornito una datazione al radiocarbonio di inizio X secolo (Poz-3410: 1140±30BP = 780AD (95.4%) 999AD: 890±110).

La fine dell’occupazione del terrazzo inferiore

A conclusione di quanto illustrato, possiamo affermare che al più tardi partire dal IX secolo si assiste alla formazione di un nucleo abitativo in continua evoluzione, con un’organizzazione degli spazi seppure ben definita, molto dinamica. Lo sviluppo continua durante tre secoli per terminare in modo violento e repentino intorno alla fine del XIII secolo.
La conferma ci giunge dai livelli di incendio presenti negli strati superiori di tutti gli edifici indagati, in particolare dagli oggetti di uso quotidiano abbandonati all’interno delle abitazioni, dalle 947 monete e dalle oltre trecento punte di freccia (img 31) trovate nella zona sud-occidentale dell’insediamento (img 32). L’accurata registrazione delle loro posizioni d’impatto e della direzione di giacitura, ci permettono di ipotizzare un attacco proveniente dal settore sud occidentale, più facilmente accessibile agli aggressori per la poca pendenza dei fianchi della collina. L’assenza di documenti storici al riguardo non ci permette di avere alcuna certezza su chi fossero gli assalitori. Viste però le concordanze cronologiche potremmo ipoteticamente situare la distruzione nell’ambito delle guerre che opponevano Como a Milano. L’esatta natura dell’occupazione relativa alle sepolture di bambini relative al VI-VII secolo non è chiara. Generalmente in questo periodo i bambini molto giovani, non battezzati, potevano venir deposti in casa. Si tratta però di abitazioni non rilevate fino ad ora. Le monete di epoca romana suggeriscono una frequentazione anche in epoca romana, ma come nel caso delle sepolture di epoca barbarica dobbiamo astenerci da ipotesi troppo speculative.

I ritrovamenti medioevali

Sono talmente numerosi i ritrovamenti raccolti durante lo scavo di questi edifici che di seguito si offrirà solo uno scorcio di tutto quanto raccolto negli anni.

Animali domestici

Gli ossi di un cagnolino bruciato vivo nell’E2B ci indicano che probabilmente gli abitanti non erano presenti al momento dell’incendio.

Attività domestica

In un area molto ristretta di E2 sono stati localizzati grossi frammenti di legno carbonizzato di diverse specie (castagno, quercia, faggio), un frammento con incastrato un perno di corniolo o di frassino (img 33), i resti di una spola in legno di noce e i pezzi di una ruota scanalata che conserva ancora sottili fili nelle scanalature. Sono stati rinvenuti anche alcuni frammenti di tessuto e fibra grezza dello stesso materiale che, pur con la dovuta cautela, sembrano somigliare molto alla ginestra. I resti della spola e del frammento di ruota scanalata sembrano avvalorare l’ipotesi che nella stanza si effettuassero operazioni di filatura. In altri ambienti (p. es. E2C2, E4, E5B, E5C, E5A, E7) sono state raccolte numerose fusaiole e denti di pettine per la cardatura della lana o della canapa ed un peso da telaio (img 34).

Legni usati

L’analisi dei carboni dai piani d’uso e dai focolari ci ha fornito utili informazioni circa il legno usato come combustibile, la fabbricazione di contenitori e attrezzi e la composizione del manto boschivo circostante. Tra le essenze ritrovate a Tremona possiamo citare: faggio, frassino, olmo, quercia, corniolo, nocciolo, carpino e tiglio oltre a piante appartenenti al genere Prunus (che annovera ciliegi, pruni, pesco e mandorlo) e al gruppo delle Pomoidee, cioè piante il cui legno potrebbe appartenere a melo, pero, biancospino o sorbo. Rilevante in percentuale la presenza di legni provenienti da alberi che servivano anche all’approvvigionamento alimentare come noce e castagno.

Alimentazione

L’analisi dei resti organici carbonizzati raccolti negli E5B e E5C ha permesso di determinare con certezza la dieta quotidiana degli occupanti della fase finale dell’insediamento. Infatti, sui piani di calpestio sono stati recuperati ingenti quantitativi di cereali, leguminose e frutta carbonizzati (img 35). Sono documentati i “cereali maggiori”, fra i quali l’orzo, la segale, i frumenti “nudi” (frumento volgare o frumento duro) e l’avena. Sono presenti anche i “cereali minori”, fra cui il sorgo, il miglio, il panico e il giamone. Le specie meglio rappresentate sono il frumento volgare o duro ed in particolare il miglio.
Le leguminose sono rappresentate dal favino, dal pisello, dalla lenticchia, dalla cicerchia e dalla veccia coltivata. La dieta era variata dalla frutta rappresentata da castagne, noci, nespole, mele e forse pere.
Fra i materiali sparsi sul pavimento sono stati rinvenuti i resti carbonizzati di assi e assicelle, interpretabili come resti dei ripiani su cui erano conservati i cereali. Fra quest’ultimi sono stati individuati anche frammenti di tessuto che ipotizzano l’uso di cesti o sacchi o simili per l’immagazzinamento delle granaglie.
Dai piani di calpestio di quasi tutti gli edifici, ma in particolar modo da quelli adibiti ad abitazioni, sono stati recuperati ossi di animali (img 36) con tracce di macellazione (per es. bue, maiale, capra, pecora e, meno frequentemente, di animali selvatici, cervo, cinghiale, lepre). Associati ai cereali, alle leguminose e ai frutti lasciano ipotizzare una dieta abbastanza variata e bilanciata. Dall’E5 sono da segnalare i resti di un paniere in legno di ciliegio (img 37) con fondo in intreccio di corteccia di nocciolo e di una paletta in faggio colma di semi di miglio.

Superstizione

Un particolare curioso emerso dallo scavo dell’E1A è costituito dal cranio di una capra (img 38) con lo sguardo rivolto a oriente, posto entro una sorta di cornice quadrata formata con i quattro arti ancora in connessione anatomica e sepolto contro la parte interna della soglia. Vari indizi permettono di escludere l’ ipotesi di una riserva alimentare o della sepoltura di rifiuti o di scarti di macellazione:

a) solitamente gli ossi ritrovati in uno scavo archeologico sono frammentati, sparsi qua e là, mai in connessione;
b) i resti furono a suo tempo deposti intenzionalmente in una buca scavata appositamente;
c) la loro disposizione è voluta, impossibile da ottenere semplicemente gettando i resti a casaccio nella fossa;
d) le parti sepolte sono quelle a più basso reddito alimentare; i tarsali non sono stati tagliati o fratturati per estrarne il midollo.

La veemenza con cui è stato decapitato l’animale, l’intaccatura dell’osso frontale sinistro e la resezione di gran parte del corpo e del ramo mandibolare lasciano perplessi. Da questi particolari e dalla perlomeno strana disposizione dei reperti ipotizziamo che la deposizione sia legata ad un rituale, di cui al momento non troviamo tracce nella letteratura. In questo siamo confortati dalla grande valenza simbolica che la capra ha mantenuto dall'antichità ai giorni nostri.

Sepolture

La scoperta di due sepolture ha contribuito in modo sostanziale alla conferma della frequentazione della collina in epoca barbarica. Esse vanno ad aggiungersi ai pochi reperti datanti restituiti dagli scavi e composti da frammenti di bicchieri di vetro, finaline e frammenti di ganci di cintura di bronzo.
La più antica, OxA-11111, datata dal Research Laboratory for Archaeology and History of Art di Oxford, al 1459±35BP = 540AD (95.4%) 660AD, è la tomba a cassetta litica di un feto di ca. 28 settimane (img 39), ritrovata sotto le fondazioni del muro occidentale dell’edificio E5A.
La più recente OxA-11110, datata al 1324±34BP = 650AD (95.4%) 780AD è la tomba, ricavata in una piccola conca della roccia di base, di un bambino (img 40), forse un maschio, dell’età approssimativa di quattro anni, coperto da una lastra di calcare rozzamente squadrata, che lo proteggeva solo fino al collo. Anche in questo caso è verosimile che durante lo scavo delle fondazioni del muro orientale dell’edificio E1B sia stata fratturata e rimossa la parte mancante della lastra di copertura e fratturato il cranio.
Dal punto di vista macropatologico non si rivelano tracce di traumi o malattie particolari. La statura dell’infante da E1, nettamente inferiore alla media attuale potrebbe far pensare ad una forma di nanismo. Bisogna però tener conto di possibili, importanti variazioni etniche ed epocali, di cui non abbiamo trovato riscontro nella letteratura.
Un aspetto comune ai due scheletri in connessione anatomica è la presenza di un elemento C4 nella dieta, evidenziato dall’ esame C14. Tale elemento è presente ad esempio nel miglio recuperato dai livelli di incendio degli E5B, E5C e E6. Essendo gli strati nettamente distinti, dobbiamo ritenere che questo cereale fosse presente nella dieta della popolazioni rurali nel VI secolo.
A queste si aggiungono le ossa, ritrovate non in connessione anatomica, di un feto a termine o neonato dall’edificio E6.

Vita quotidiana

Per la fase bassomedievale sono stati recuperati centinaia di oggetti (chiavi, coltelli, serrature, punteruoli, fibbie, strumenti per la lavorazione del legno, fusaiole e altro; img 41), vari frammenti di recipienti in pietra ollare e solo pochissimi frammenti di recipienti in ceramica invetriata. La mancanza di ceramica basso medievale è forse dovuta all’uso di materiali deperibili (legno, pelli) o all’uso di recipienti in pietra ollare per la cottura dei cibi. Numerose le fusaiole e i denti in ferro attribuibili con certezza a pettini per la cardatura della lana.
Dall’E5B è da segnalare un ritrovamento del tutto eccezionale. Si tratta di un agoraio in osso (img 42) decorato con motivi incisi, con all’interno, ancora ben conservati, 8 aghi in ferro di diverse dimensioni.

Monetazione

Nel 1991, sull’angolo S di un edificio orientato E-O non ancora scavato, è stato ritrovato il ripostiglio con 804 monete d’argento mai circolate: si tratta di 701 Denari Terzoli scodellati di Milano a nome di Enrico e di 103 Denari piani Inforziati con bisanti di Cremona di Federico I (img 43).
La data di occultazione è collegata alle monete di Cremona che indicano un momento nell’ultimo quindicennio del XII secolo.
A questo tesoro si aggiungono oltre 100 altre monete che offrono un interessantissimo quadro di studio e analisi per la monetazione dal X al XIII secolo.

I materiali preistorici e romani

I materiali recuperati nei vari edifici coprono l’intera sequenza insediativa di Tremona Castello. Quelli più antichi, relativi al Neolitico, sono costituiti da strumenti e punte di freccia di selce, asce e accette in serpentino (img 44) risalenti al VI-IV millennio a.C.
Elementi quali grattatoi dalle dimensioni molto piccole e punte di freccia di forma trapezoidale (strumenti che cominciano ad essere prodotti nel Mesolitico ma che permangono anche nella fase iniziale del Primo Neolitico), permettono, infatti, di ipotizzare una occupazione umana del sito cominciata almeno in una fase molto antica del Neolitico.
La fase di Neolitico Antico presente nel Canton Ticino (rappresentata nel sito di Castel Grande, a Bellinzona) rientra nel gruppo culturale dell’Isolino (che prende il nome dal sito dell’Isolino di Varese), comprendente anche la Lombardia occidentale, e si data tra la fine del VI e i primi secoli del V millennio a.C..
A periodi più recenti del Neolitico si datano le punte di freccia amigdalari foliate, diffuse in particolare nel Neolitico Medio (cultura dei Vasi a Bocca Quadrata: metà-fine V millennio a.C.) ma presenti anche nella fase recente, caratterizzata dalla Cultura della Lagozza (così chiamata dal sito della Lagozza di Besnate – VA; IV millennio a.C., fino al 3200 a.C.).
La presenza di una fase di Neolitico Medio è inoltre confermata da una data radiocarbonica, ottenuta da carbone appartenente ad un focolare: Poz-3397: 5540 ± 40BP = 4460BC (95.4%) 4330 BC.
Alla Cultura della Lagozza appartengono certamente le armature in selce a tranciante trasversale e, per la forma e l’impasto, oltre che per l’assenza di motivi ornamentali, alcuni frammenti di scodelle carenate.
Scarsi e generalmente di piccole dimensioni sono i reperti fittili finora rinvenuti. Fra essi sono notevoli alcuni frammenti in ceramica semi-grossolana, due frammenti di vasi a bocca quadrata e un frammento di recipiente decorato con impressioni a trascinato databili al Neolitico Medio, oltre ai già citati frammenti di scodelle lagozziane.
L’Eneolitico (o Età del Rame: 3200-2200 a.C.) è attestato dai materiali (img 45) del 1991-1993 citati in precedenza. La parte più consistente dei materiali fittili risale alla prima età del Ferro e rientra pienamente nell’ambito della cultura di Golasecca (IX-V sec. a.C.) che si sviluppa nell’area a S del Lago Maggiore (IX-VIII sec. a.C.) con i centri di Sesto Calende, Castelletto Ticino e Golasecca, piccola località che ha dato nome alla cultura omonima; nella zona di Bellinzona, con le necropoli di Giubiasco, Gudo, Cerinasca d’Arbedo, ecc. ( a partire dal VI secolo a.C.) e nell’area intorno a Como, con la famosa necropoli della Ca’ Morta e tutta una serie di altre necropoli (XII - inizi VI sec. a.C.).
Essa consiste di frammenti (img 46) facilmente identificabili riferibili a recipienti in ceramica grossolana per uso domestico, a contenitori per la conservazione di derrate alimentari e a bicchieri in ceramica fine. Dai vari piani di calpestio provengono anche frammenti di fibule di bronzo (img 47) riferibili al VI- inizio IV sec. a.C.
La presenza di monete romane suggerisce una presenza sul sito di un qualche genere di attività romana tra il I e il III secolo d.C., mentre il sito appare abbandonato dal IV secolo.

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